Ritorno alla Democrazia Ateniese del V-IV secolo firma ora

"Il nostro ordinamento politico non emula le leggi
di altre città: siamo noi di modello agli altri, non
i loro imitatori. Il suo nome è democrazia, poiché si
fonda non su cerchie ristrette, ma sulla maggioranza
dei cittadini. Nelle controversie private, le leggi
garantiscono a tutti eguale trattamento. Quanto
al prestigio, chi acquisti buona rinomanza in qualche
campo, non viene prescelto ai pubblici onori per
il rango, ma per i meriti; né la povertà, per l’oscurità
della reputazione che ne deriva è d’ostacolo
a chi offra alla città i suoi buoni servigi.
È alla libertà che si ispira la nostra buona condotta
di cittadini, sia nei confronti della collettività che
quando, nei rapporti fra i singoli, le abitudini della
vita quotidiana potrebbero far nascere reciproche
diffidenze: non nutriamo malanimo contro il nostro
vicino, se questi si comporta come meglio gli
aggrada, né prendiamo atteggiamenti risentiti,
che anche se non portano danno, risultano tuttavia
offensivi nel loro manifestarsi. E, se nella vita privata
intratteniamo rapporti liberi da ogni malevolenza,
in quella pubblica è un timore reverenziale a vietarci
di violare la legge, nell’obbedienza ai magistrati
in carica e nel rispetto delle leggi, e in primo luogo
di quelle stabilite in difesa di chi subisce ingiustizia,
e di quelle norme non scritte che comportano per
chi le violi un’onta unanimemente condivisa.
Alla nostra mente abbiamo assicurato non pochi
diversivi che ne alleviano fatiche: giochi e feste
sacre che si susseguono per tutto l’anno, splendide
dimore private il cui godimento allontana, giorno
per giorno, ogni motivo di afflizione. Inoltre,
la potenza della nostra città fa sì che da ogni
parte della Terra affluiscano merci d’ogni genere;
ci troviamo così a godere dei prodotti delle altre
regioni con un piacere non meno intimo e familiare
di quello con cui gustiamo i frutti della nostra terra.
Anche nel predisporci alla guerra ci distinguiamo
dai nostri avversari. La nostra città è aperta a tutti,
né mai con espulsioni degli stranieri impediamo
ad alcuno di apprendere o d’osservare cose che,
non celate, possano giovare al nemico che le scopra:
confidiamo meno nell’apprestamento
di insidie che nell’ardimento da noi stessi riposto
nell’azione. Nelle diverse forme d’educazione, fin
dall’adolescenza i nostri nemici si addestrano nelle
virtù guerresche a prezzo di una dura disciplina;
noi invece, pur conducendo un genere di vita libero
da costrizioni, affrontiamo al pari cimenti non meno
rischiosi. Eccone la prova: gli Spartani muovono
contro la nostra terra non da soli, ma insieme
a tutti gli altri alleati; noi, quando da soli invadiamo
le terre dei nostri vicini, il più delle volte ne abbiamo
la meglio senza fatica, pur combattendo in terra
altrui con nemici impegnati a difendere i loro averi.
Né mai il nemico si è scontrato con tutte le nostre
forze insieme, perché mentre teniamo sempre
in efficienza una flotta, in terraferma altri di noi
vanno in spedizione in più luoghi diversi. Invece,
quando essi si scontrano con una parte delle nostre
forze, in caso di vittoria su questi pochi menan
vanto di averci sconfitti tutti; sopraffatti, pretendono
di essere stati vinti da tutte le nostre forze riunite.
Ora, pronti come siamo ad affrontare ogni prova
con animo sereno, non sotto l’incombere di gravosi
addestramenti, e con un ardimento non imposto
dalle leggi, ma insito nel nostro modo di essere,
ce ne viene un duplice vantaggio: non anticipiamo
con le fatiche presenti le sofferenze future,
e quando dobbiamo fronteggiarle ci mostriamo non
meno audaci di chi è dedito a continue tribolazioni.
In questo, e in altro ancora, la nostra città merita
di essere da tutti ammirata.
Amiamo ciò che è bello, ma senza nulla concedere
allo scialo. Amiamo il sapere, ma serbando intatta
la nostra virile fermezza. Della ricchezza ci avvaliamo
come opportunità d’azione, non come pretesto per
verbose vanterie. Riconoscere la propria indigenza
non è per noi motivo di ignominia:
ben più ignominioso è il non industriarsi per uscirne.
Ci facciamo carico così degli affari privati come
delle pubbliche incombenze, e pur perseguendo
le più svariate occupazioni, siamo tuttavia in grado
di assumere col dovuto discernimento le decisioni
che riguardano la città. Siamo i soli a tacciare non
solo di disimpegno, ma di inettitudine chi a nulla
di ciò prende parte. Agli stessi uomini spetta fra
di noi decidere e ponderare opportunatamente le
varie questioni, poiché non riteniamo che i dibattiti
pregiudichino le scelte, ma al contrario consideriamo
un danno non venir istruiti con le parole prima
di passare alle azioni che vanno intraprese.
Un’altra qualità che ci distingue è l’unire l’audacia
più impavida all’oculata valutazione delle imprese
che predisponiamo: negli altri, l’ignoranza apporta
tracotanza, la ponderazione indugio.
Ma l’animo più saldo, a ben giudicare, è quello
di chi ha lucida consapevolezza sia dei rischi che delle
gratificazioni che lo attendono, e perciò non arretra
davanti ai più perigliosi cimenti. Anche nei benefici
ci contrapponiamo al gran numero degli altri:
non è col ricevere, ma coll’elargire i favori che
ci acquistiamo gli amici.
Ora chi compie l’atto di generosità è meglio
garantito, perché questo si perpetuerà nella
obbligata riconoscenza di chi l’ha ricevuto.
Chi invece è tenuto al ricambio ha in mano un’arma
spuntata, ben sapendo che, quando restituirà
il beneficio, il suo non sarà un atto di generosità,
ma l’assolvimento di un’obbligazione. Siamo i soli
ad elargire favori senza sospetti, non per un calcolo
dell’utile, ma con la fiducia che è propria della
liberalità."

Tucidide, Epitaffio di Pericle per i caduti del primo anno di guerra,
a cura di O. Longo, Marsilio, Venezia 2000

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