Manifesto per un risveglio dell'Europa firma ora

L’Europa sta morendo, neanche troppo lentamente, e nonostante sia piuttosto giovane.

Sta morendo nel cuore e nella mente degli europei, prima ancora che nei palazzi di Strasburgo e di Ginevra.

Qualcuno pensa che sia un bene, che sia meglio farla finita piuttosto che continuare questa lenta agonia. Ci sia lecito osservare che questo qualcuno ha una memoria storica piuttosto corta.

Chi è nato in Europa dopo il secondo conflitto mondiale rischia di non rendersi conto di quanto sia unico il periodo di pace che stiamo vivendo: basta scorrere un libro di storia per apprendere che, dalla fine dell’Impero Romano fino al 1950, non si sono mai avuti sessanta anni privi di guerre intestine in Europa. Questo dovrebbe spingerci a non liquidare troppo frettolosamente come assurdo il premio Nobel assegnato all’Unione Europea nel 2012.

Il primo obiettivo per cui l’Europa si è unita è stato dunque finora raggiunto: impedire un nuovo lacerante conflitto tra le nazioni. È proprio per questo che teniamo alla vita dell’Unione Europea: perché la sua morte istituzionale metterebbe a repentaglio la nostra esistenza assai concreta.

Assistiamo infatti a un parallelismo inquietante tra la nostra situazione e quella del primo Novecento:

crisi economica: nel 1929 crolla la borsa di Wall Street, con effetti devastanti sull’economia europea; nel 2006 scoppia in America la bolla dei subprime, con effetti devastanti sull’economia mondiale. In Europa, il crollo dell’Euro è come un velo che, cadendo, scopre il vuoto dietro di sé: manca un sentimento di unità continentale, mancano chiare normative costituzionali per evitare contrasti tra l’ordinamento europeo e gli ordinamenti nazionali, mancano risolutezza e dispositivi legislativi comunitari per affrontare questioni pressanti come l’immigrazione e la grave crisi sociale diffusa. Fondare l’Unione politica sull’unione economica è stato opportuno e doveroso in un primo tempo, ma credere che dall’unione economica potesse scaturire “meccanicamente” un’unione politica e culturale ha significato cedere a illusioni prima borghesi e poi vetero-marxiste. I padri fondatori dell’Europa avevano provato a indicare alcune strade da percorrere per pervenire ad un “sentire europeo” – i gemellaggi tra paesi europei, diversi ma analoghi, per permettere un dialogo proficuo tra le differenze, oppure i “giochi senza frontiere”, promossi nella consapevolezza che il gioco fermi la guerra simulandola in un contesto controllato, come per le Olimpiadi greche –, ma tali progetti si sono via via arenati, e sono rimasti privi di adeguate sovvenzioni giacché portatori di un guadagno non quantificabile in termini matematici.

scollamento della classe intellettuale dai problemi reali: nel 1927 Julien Benda scrive Il tradimento dei chierici, accusando la classe intellettuale europea di essersi rinchiusa nelle proprie torri di avorio, di non riuscire più a svolgere un ruolo attivo a servizio della società, di non interessarsi ai problemi delle moltitudini popolari, lasciandole in balia del primo uomo forte che si sarebbe fatto carico di rispondere ai loro disagi. Novanta anni dopo, l’ascesa di leader con programmi politici improntati alla demagogia e al nazionalismo e, insieme, il capitale di consenso popolare da loro raccolto, hanno preso in contropiede un’intellighenzia resasi conto troppo tardi di quanto le proprie battaglie culturali fossero astratte ed avulse dal sentimento e dal vissuto dei cittadini, soprattutto di quelli condannati dall’attuale sistema economico alla marginalità sociale. Dobbiamo avere il coraggio di dire, ad esempio, che lo sforzo profuso da un’ampia parte dell’élite politica e culturale europea nelle doverose battaglie per l’affermazione dei diritti civili, non è stato accompagnato da un eguale impegno di critica delle distorsioni del sistema socio-economico vigente. Non volendo neppure per un secondo diminuire l’importanza del progresso verso il riconoscimento dei pieni diritti civili, è però il caso di ammettere una certa mancanza di rappresentazione politica, culturale e mediatica del grave problema della disuguaglianza sociale, che ha fatto percepire quelle battaglie come autoreferenziali e ideologiche.

dal nazionalsocialismo al nazionalpopulismo: a partire dagli anni Venti e per tutti gli anni Trenta del Novecento, abbiamo assistito al disfacimento inesorabile del precario equilibrio formatosi con la Società delle Nazioni (e dei paralleli aneliti di apertura e scambio provenienti sia dal capitalismo globalista, sia dalle internazionali socialiste); oggi, dopo meno di un secolo, l’Unione Europea e l’ONU appaiono come un ultimo debole scoglio contro il dilagare delle nuove ondate di neoprotezionismi nazionalistici, ripresentatisi talvolta con la faccia di movimenti politici “sovranisti”. Questi cercano con un certo successo di capitalizzare in termini elettorali la rabbia sociale, usando come arma di persuasione la retorica del “popolo”, promettendo soluzioni semplici a problemi complessi, e sfruttando la burocrazia europea, sempre più percepita dalle masse come distante e sorda ai problemi concreti della vita dei cittadini, come serbatoio polemico in cui ammassare praticamente ogni genere di problema.

 

Queste analogie, poi, vanno assunte in correlazione alla questione epocale delle migrazioni di massa e del difficile governo di tale processo, tema questo che è invece una specificità di questi decenni. Tale urgenza da un lato ha mostrato tutti i limiti politici di cui ancora soffre l’Unione europea, dall’altro costituisce terreno fertile per la retorica populista dei nazionalismi.

 

Cosa fare?

Anzitutto prendere coscienza chiaramente del problema, per non rendere vana la lezione del secolo che ci ha preceduto.

Occorre individuare oggi una via nuova, che non sia un’uscita d’emergenza, ma un’uscita dall’emergenza verso un possibile rinascimento europeo. La crisi in atto, infatti, potrebbe rovesciarsi in una grande opportunità, richiamando le coscienze verso ciò che è in gioco.

Quale sarebbe stata la storia dell'umanità se nei momenti complicati della storia dell’uomo, le élites di allora avessero rifiutato di affrontare le novità, le incertezze e i rischi? Avremmo avuto la straordinaria civiltà apparsa nella storia occidentale grazie al coraggio delle élites aristocratiche della Grecia classica nell'immaginare una nuova struttura dello stato, nel consentire la nascita della polis e l'invenzione della democrazia? E che sarebbe la moderna Europa se, di fronte a quel "diluvio universale" (P. Sloterdijk) che fu la "peste nera" del ‘300, le élites di allora (tra cui in modo peculiare quelle inglesi e olandesi), non avessero reagito avviando quella "spinta storica mondiale" che fece dell’Europa il centro del mondo per mezzo millennio circa?

Oggi quell’Europa è ammalata, è caduta in stato vegetativo, e non ha che due possibilità: morire lentamente, oppure risvegliarsi dal coma.

Potrà risvegliarsi se saprà ricordarsi chi è, se sarà capace di provare nostalgia verso l’anelito profondo che le ha dato corpo nei secoli, e insieme esercitare quella saggezza che l’ha resa grande   – lei, così piccola geograficamente – agli occhi del mondo intero.

Chi ha dato corpo all’Europa? Molte membra diverse, e spesso in una dialettica feconda tra loro. L’Israele della fede e la Grecia del logos, i romani del Cesare immanente e i cristiani del Dio trascendente, il Pantheon mediterraneo e il Valhalla nordico, la cultura del mare e la coltura della terra, la vita dura temprata dalla notte e dalla neve e quella lieve nel calore e nella luce del sole, lo sguardo rivolto all’infinito dell’oceano e quello curiosamente ripiegato verso i segreti infinitesimali della materia, la conquista del cosmo celeste e quella del globo terrestre, il diritto normativo e la libertà anarchica, il sentimento della collettività e le battaglie della vita interiore…

Potremmo enumerare altre decine di tensioni potenzialmente laceranti, ma rivelatisi generatrici di un equilibrio inedito, di una cultura assolutamente originale: quella che chiamiamo Europa.

Come è stato possibile armonizzare tutte queste polarità? E come poter ricreare quell’equilibrio oggi? Noi vogliamo indicare, tra le altre, una virtù in particolare, che ci sembra una possibile chiave di volta per affrontare le sfide attuali. Si tratta della phronesis. Molto importante nella filosofia di Aristotele, ma conosciuto e usato anche prima, questo termine si può tradurre in italiano con ragionevolezza, saggezza o giudizio. Phronesis non è la ragione astratta del razionalismo, ma è saper giudicare, avere giudizio, discernere con saggezza nelle varie situazioni. Phronesis è l’intelligenza pratica di chi sa stare nel reale e sceglie i mezzi appropriati alla situazione. Il ragionamento per grandi principi ideali, fine a se stesso, non avrà mai la meglio contro gli argomenti demagogico-populisti, che sfruttano il registro emotivo della comunicazione, superando a piè pari il livello teorico delle questioni. Rispetto a questa strategia comunicativa, la sophia, la ragione “cartesiana” diventa un’arma spuntata. Per questo serve attivare un’intelligenza pratica che sappia fare i conti con la realtà concreta per trasformarla. Ecco che, allora, bisognerà comprendere, ad esempio, che adeguate politiche per l’occupazione e di contrasto alla povertà sono la stessa cosa della politica per l’immigrazione, perché ridurre l’incertezza economica di ampia parte della popolazione europea prosciugherebbe l’acqua nella quale crescono rigogliosi gli argomenti demagogici anti-immigrati e anti-Europa, molto più di tante, troppe, sterili, affermazioni di principio. Bisognerà ripartire da iniziative di dialogo culturale concreto tra i paesi, le regioni, i popoli d’Europa, che sappiano far leva sulle esigenze pratiche comuni (la gestione degli ecosistemi, la ricerca scientifica, gli scambi di persone e di beni) ma al contempo sulle differenze locali (la produzione e l’utilizzo di alimenti, i diversi patrimoni artistici e musicali, le tradizioni folkloriche), nella consapevolezza che l’unità è cosa diversa dall’uniformità, e che la crescita non è soltanto un criterio economico. Bisognerà infine comprendere che maggiore democrazia e trasparenza nei processi decisionali dell’Unione Europea è la stessa cosa dell’opposizione ai movimenti sovranisti: il sentimento di appartenenza autentica ed attiva ad una comunità è un bisogno proprio di ogni essere umano, e se questo non viene positivamente colmato a livello continentale, nutrirà il successo di chi tende a fondarlo su dinamiche espulsive piuttosto che inclusive. Concepire la propria identità come opposizione ad un’alterità (io sono tutto ciò che non sei tu) è molto più facile che indagare davvero se stessi, e aprirsi davvero all’altro.

Il richiamo al comune patrimonio dei valori europei non servirà ad evitare la disgregazione dell’Unione se una sapida ragionevolezza non circolerà nel mondo della cultura, dell’economia e della politica.

Per questo ci appelliamo agli uomini di governo e di cultura, nella convinzione e nella speranza che qualcosa debba e possa essere fatto, prima di rimpiangere un’Europa che si sta suicidando.

L’Europa siamo noi. Facciamola.

 

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Informazioni

Damiano BondiDa:
Politica internazionaleIn:
Destinatario petizione:
tutti

Sostenitori ufficiali della petizione:
Damiano Bondi, Alfonso Lanzieri

Tags

cultura, europa, nazionalismo

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